Corrado Augias

Lettere
Repubblica


La scuola e la riforma



Caro Augias, insegno in una scuola del Mezzogiorno, abbiamo avuto direttive su come indirizzare e valutare i ragazzi, comportamento e profitto.
È evidente nel progetto l'idea di un ascuola e di un insegnamento efficienti, di un indirizzo che renda la scuola vagamente simile a un'azienda, quanto meno a uno di quegli organismi dove il tempo e il suo utilizzo contano più di ciò che con quel tempo si fa. Non avrei nulla in contrario verso un atteggiamento dl tipo produttivistico. Anzi credo che io stessa, dovendo dividerml tra la scuola e la casa, con due bambini ancora piccoli, potrei essere portata come esempio di donna efficiente che sfrutta bene il proprio tempo. Sa che cosa mi fa saltare i nervi, caro Augias? Il fatto che queste indlcazionl arrivano in una scuola dove i banchi sono spesso rotti e comunque inadatti a ragazzi troppo grandi per loro (forse i ragazzi d'una volta erano più piccoli), le pareti avrebbero bisogno d'essere riverniciate, la pulizia, bagni compresi, lascia a desiderare perché i fondi sono stati tagliatl, e cento altre plccole miserie che non le dico per non avvilirla e per non avvilirmi.
Mi chiedo a che serva una riforma fatta così, mi ricordo quello che diceva mio nonno: ai tempi del fascismo volevamo portare la civiltà in Africa mentre la barbarie l'avevamo in casa. Non firmi questa lettera, davanti al ragazzi ostento grande ottimismo, come i tempi comandano.

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Rispondo con una storiella che gira in francese per rete e che in qualche modo rispecchia almeno un aspetto della situazione. Dice così.

Il presidente d'una società viene invitato a un concerto dove si eseguirà "L'incompiuta" di Schubert. Essendo già impegnato, passa l'invio al suo dirigente incaricato dell'ottimizzazione aziendale. Il giorno dopo, il solerte funzionario gli fa avere questo rapporto.


Condivido tutto della lettera mandata dalla gentile professoressa compreso l’ottimismo di facciata davanti ai ragazzi. Ma nulla è più penoso delle riforme fatte solo per dire d'averle fatte. Non potendo fare molto, al momento, certe volte si deve ridere per non piangere.