Giuseppe Tortora

Giacomo Leopardi su lingue e linguaggio.
Il castigo di Dio e il termometro delle nazioni




È straordinariamente ampio il numero dei luoghi dello Zibaldone* in cui Leopardi parla di linguaggio e di lingue. È evidente: il tema gli sta a cuore. Del resto «La lingua - dice - è una cosa somma, principalissima, caratteristica degli uomini, sotto tutti i rapporti della vita sociale» [1022]. «Senza il progresso della lingua è nullo il progresso dello spirito umano» [1238]. E poi «le lingue sono sempre il termometro de' costumi, delle opinioni ec. delle nazioni e de' tempi, e seguono per natura l'andamento di questi» [1215].
«Nessuna lingua è nata coll'uomo, ma derivata l'una dall'altra più o meno anticamente». E risalendo alle radici «si arriva ad una lingua assolutamente madre e primitiva, che nessuno conosce» [746, 1263-1267]. Quindi ognuna, delle lingue via via formatesi storicamente, nasce dalla necessità di dar specifica forma espressivo-comunicativa alla esperienza di un determinato popolo. Ogni popolo «formando le sue cognizioni, formò insieme la lingua», dando determinazione e caratterizzazione a quella «lingua assolutamente madre» [746, 1500] che altro non è, appunto, se non una matrice primitiva, a partire dalla quale - per dirla con linguaggio evoluzionistico - l'ominide è diventato uomo.

1. Condizione umana e formazione delle lingue

Il passaggio alla condizione umana si compie proprio con la formazione delle lingue. Pensiero e linguaggio sono inscindibili. «Noi pensiamo parlando» asserisce Leopardi [95]. E l'enunciazione dice molto di più di quel che appare. Non allude semplicemente al fatto, totalmente ovvio, che non possiamo parlare senza pensare, ma intende soprattutto affermare, e con decisione, che non possiamo pensare senza parlare. Leopardi pone addirittura un vincolo preciso tra pensiero e linguaggio:

Non si pensa se non parlando; [quindi] quanto, la lingua di cui ci serviamo pensando, è più lenta, più bisognosa di parole e di circuito per esprimersi, ed esprimersi chiaramente, tanto ... è più lenta la nostra concezione, il nostro pensiero, ragionamento e discorso interiore, il nostro modo di concepire e d'intendere, di sentire e concludere una verità, conoscerla, il processo della nostra mente nel sillogizzare, e giungere alle conseguenze [2212].


E Leopardi aggiunge a corollario che quello ch'egli ha asserito circa la lentezza o speditezza delle lingue «si deve estendere a tutte le altre loro proprietà: povertà o ricchezza, ec. ec.», ed «anche a quelle che spettano all'immaginazione». Tra lingua e fantasia vige lo stesso rapporto proporzionale che sussiste tra la lingua e intelletto e tra lingua e facoltà discorsiva [2214].
Non possiamo pensare senza dare, ai contenuti della nostra esperienza, della nostra vita intellettuale ed emozionale, una forma espressivo-comunicativa che li renda non solo partecipabili ai nostri simili ma anche - e soprattutto - più chiari, più trasparenti, più compiuti a noi stessi. Leopardi lo dice esplicitamente quando segnala che «nessuna lingua ha forse tante parole e modi da corrispondere ed esprimere tutti gl'infiniti particolari del pensiero», e pertanto «il posseder più lingue dona una certa maggior facilità e chiarezza di pensare seco stesso» [95]. Disporre di più lingue significa essere in grado di «esprimere in una quello che non si può in un'altra», o comunque riuscire in una a dare una forma più «acconcia», o più semplice, o più efficace a quel contenuto magmatico di cui è fatta la nostra vita interiore [96]. Del resto «nessuna lingua è uno strumento così perfetto che possa servire bastantemente per concepire con perfezione le proprietà - tutte e ciascuna - di ciascun'altra lingua» [969]. E pertanto padroneggiare più lingue significa disporre di un potente strumento per conoscere più facilmente e più a fondo se stessi: «spiegarci seco noi e d'intenderci noi medesimi»; trovare la parola giusta - una parola di cui conosciamo già il significato attraverso l'uso che ne fanno i membri della comunità parlante - per enunciare, soprattutto a se stessi, un'idea che altrimenti «rimarrebbe molto confusa nella nostra mente». In tal modo dunque «la nostra idea ne prende chiarezza e stabilità e consistenza»; «ci rimane ben definita e fissa nella mente», e, quanto al contenuto, «ben determinata e circoscritta» [95, cfr. 2214].
Leopardi dichiara di parlare sulla base dell'esperienza personale. Spesso - confessa - «ho fissato le mie idee con parole greche francesi latine, secondo che mi rispondevano più precisamente alla cosa, e mi venivano più presto trovate». Infatti «un'idea senza parola o modo di esprimerla, ci sfugge, o ci erra nel pensiero come indefinita e mal nota a noi medesimi che l'abbiamo concepita»; e solo grazie alla parola quell'idea «prende corpo, e quasi forma visibile, e sensibile, e circoscritta» [95].
Di lingua e linguaggi - si diceva - Leopardi parla spesso: esaltando la straordinaria grandezza della lingua greco-classica e lamentando la pochezza della lingua italiana dei suoi contemporanei. E benché giovane - lo Zibaldone fu scritto tra i 22 e i 30 anni - ne discute sempre con ampia conoscenza e notevole competenza; con spirito critico e con grinta da studioso. Leopardi analizza con cura ogni aspetto e produce argomentazioni - talvolta anche troppo estese - sostenute da rigorose procedure di tipo comparativo. Naturalmente oggetto d'analisi è prevalentemente la lingua scritta: e non solo per quelle antiche. Ma talvolta fa appropriati riferimenti alla lingua parlata.

2. L'universalità delle lingue

Leopardi vede nel fenomeno linguistico il prodotto del concorso e dell'interazione di natura e cultura [1022-1023]. Ma il problema che maggiormente lo colpisce e lo affascina è quello dell'«universalità» di certe lingue. Che cosa ha reso, nel mondo antico, e rende, nel mondo moderno, «universale» una determinata lingua? Forse l'utilità? O forse la grazia? O la ricchezza del patrimonio lessicale e/o stilistico? Quanto alle grazie egli sostiene con determinazione che esse non sono in alcun modo assolute; anzi - sottolinea - sono «più che mai relative», dal momento che riescono a coglierle solo le persone in grado di intendere perfettamente quella lingua. E adduce ad esempio il caso delle «grazie toscane»: poco o nulla son percepite dagli stranieri. In ogni caso - conclude - non è la grazia che determina la capacità diffusiva di una lingua. E tanto meno ne decreta la sua «universalità».
E allora: che cosa ha fatto sì che, addirittura al tempo di Cicerone, si considerasse il greco come lingua universale, così come oggi - segnala Leopardi - consideriamo universale la lingua francese? La potenza economica di un paese? La potenza politica di uno Stato? Niente di tutto questo. Tali fattori possono rendere molto «diffusa» una lingua senza riuscire a renderla veramente «universale».
Per Leopardi dunque anche una straordinaria "diffusione" di una lingua non ne sancisce l'"universalità". «L'impero romano - ricorda - fu forse il maggiore di quanti mai si viddero, e i romani, al tempo di Cicerone, erano già padroni del mare, ed esercitavano gran commercio». Eppure lo stesso Cicerone, nel Pro Archia, ammise che «le scritture greche» si leggevano presso quasi tutte le genti, mentre quelle latine restarono «dentro a' loro ristretti confini». Proprio come al giorno d'oggi - insiste il recanatese -: «gl'inglesi sono padroni del mare e del commercio», «la loro lingua è perciò più diffusa di molte altre», e tuttavia essa «non è nè conosciuta nè usata universalmente, ma da pochi in ciascun paese»; quasi dovunque infatti essa «cede di gran lunga alla francese, che non s'è mai trovata favorita da un commercio così vasto» [240, cfr. 1028].
Questi i "fatti", dunque. I quali tuttavia, come si vede, non si prestano a fornire risposte semplici e rapide alla domanda circa l'universalità. Occorre ben altra riflessione per affrontare in termini adeguati la complessità della questione. Certamente la diffusione di una lingua favorisce l'universalità; e la diffusione - argomenta Leopardi - «ha bisogno di una certa grandezza e influenza della nazione che la parla»: al suo tempo - nota - la lingua francese «non sarebbe divenuta universale, se avesse appartenuto a una piccola, e impotente nazione p.e. alla Svizzera». Ma la grandezza della nazione è solo uno dei fattori di successo. A suo avviso l'universalità di una lingua infatti non è frutto esclusivo né dell'ampiezza demografica né della estensione territoriale della «nazione dei parlanti».
In effetti Leopardi fa queste precisazioni sulla base di un'idea maturata nel corso dei suoi studi. Per lui infatti l'universalità «dipende principalmente dalla natura di essa lingua». La ragione del suo successo, insomma, è intrinseca alla lingua stessa. Lo mostra proprio l'affermazione di Cicerone: la quale peraltro aiuta a comprendere appieno anche la differenza tra universalità e diffusione [240].
L'universalità del greco - argomenta Leopardi - non derivò dal fatto che i greci avevano esteso geograficamente la loro presenza con la colonizzazione; al tempo di Cicerone ben più "diffusi" erano i Romani, «e non solo per le colonie, ma per le armate, governi, tribunali». Il fatto che una lingua si diffonda per colonie - evidenzia con puntiglio - è segno non della potenza della lingua bensì della potenza della nazione. È naturale che «una città di romani, in qualunque luogo del mondo, parli la lingua romana, e così un'armata ec.» [240-241].
Dunque nessuna colonizzazione, per quanto ampia profonda e durevole, garantisce di per sé la vera universalità della lingua. La quale piuttosto - comincia a chiarire - non consiste semplicemente nel fatto dell'«esser parlata da' nazionali suoi, in molte parti del mondo», e tanto meno dal fatto dell'essere stata introdotta a forza presso molte nazioni "straniere", o sostituendo - e quindi abolendo - la lingua locale, o «coll'alterarla o corromperla più o meno per mezzo della mescolanza» [241]. Universalità significa piuttosto che una lingua viene "adottata" dagli "stranieri" come uno strumento ulteriore, aggiuntivo, di comunicazione; e che essa viene quindi utilizzata per accedere a nuove aree culturali e a nuove fonti d'informazione, oltre che, naturalmente per farsi intendere, magari da viaggiatore, in ogni luogo quasi con la immediatezza e la scioltezza di un bilingue.
Ma allora: forse che a rendere universale una lingua sia la ricchezza o il pregio della sua letteratura? O più semplicemente il diffondersi dei costumi della nazione parlante? Leopardi esclude senza indugi anche queste ipotesi. La letteratura italiana, ad esempio, «primeggiò lungo tempo in Europa»; essa era conosciuta e studiata dappertutto: «anche dalle dame»; e tuttavia la lingua italiana non riuscì mai a diventare universale. E per ragioni intrinseche a se stessa [242].
Proprio riferendosi al greco antico Leopardi enuncia quelle che a lui appaiono le condizioni indispensabili per l'universalità della lingua. La quale - segnala - «deriva principalmente dalla regolarità geometrica e facilità della sua struttura», e inoltre «dall'esattezza, chiarezza materiale, precisione, certezza de' suoi significati ec.»; tutte cose che «si fanno apprezzare da tutti, essendo fondate nella secca ragione, e nel puro senso comune». Questi e non altri - insiste il recanatese - sono i pregi che decretano l'universalità di una lingua. Certamente non qualità come: bellezza, ricchezza, dignità, varietà, armonia, grazia, forza, evidenza. A queste proprietà sono sensibili i parlanti nazionali: non gli stranieri. E poi questi "pregi", in certe condizioni, possono addirittura rivelarsi controproducenti: infatti possono addirittura dissuadere dall'adozione di questa "seconda lingua". La ricchezza, ad esempio, «confonde, difficulta, e pregiudica». La varietà disorienta: l'uso intensivo «d'idiotismi, di figure retoriche, di irregolarità e di eccezioni» non fa buon gioco all'universalità della lingua. Si tratta insomma di elementi per molti versi, sì, necessari alla bellezza e al piacere; essi certamente conferiscono un'attraente varietà al discorso allontanando la monotonia e «lo scheletro dell'ordine matematico»; ma bisogna pur confessarlo: «tanto nocciono alla mera utilità, alla facilità ec.». E allora, se così stanno le cose, all'occhio esperto non possono sfuggire le ragioni del successo della lingua greca antica. «Sebbene ricchissima», questa «era semplicissima nella sua nativa costruzione», al punto che «con un piccolo vocabolario» si poteva - e si può - comporre tutto un discorso [243].
Va da sé: all'universalità poco o nessun apporto dà la ricchezza poetica di una lingua. Non c'è dubbio: «è bruttissima e inanimata quella lingua che è definitamente matematica»; ma è pur vero che «non è bisogno che una lingua sia definitamente poetica». «La migliore di tutte le lingue è quella che può esser l'uno e l'altro», quella che può «racchiudere eziandio tutti i gradi che corrono fra questi due estremi»: detto in altri termini, quella in cui la semplicità matematica si coniughi a dovere con la ricchezza poetica [643]. Eppure - segnala Leopardi - l'universalità non la raggiunge neppure questa lingua «migliore», ma - come si diceva - quella che consente anche agli "stranieri" di comunicare più facilmente e di esprimersi più pienamente.

3. La lingua come organismo

Pur dovendo egli stesso far ricorso a necessarie tipizzazioni e ad inevitabili generalizzazioni, Leopardi teme molto l'erronea tendenza a considerare ogni singola lingua come un blocco fondamentalmente omogeneo e "naturalmente" invariabile. Una lingua è invece come un organismo, il cui ciclo vitale è regolato dal rapporto input-output. Lo enuncia con chiarezza sia pure con argomentazione complessa. «Io non vedo - asserisce - come una lingua si possa accrescere». Con questo asserto Leopardi intende affermare la sua convinzione che «la lingua sarà sempre stazionaria in fatto di ricchezza e varietà». Ma la stazionarietà non implica l'invariabilità, l'immodificabilità. Quel concetto sta ad indicare solo ch'essa conserva tendenzialmente un equilibrio tra "entrate" e "uscite". Insomma, col mutar dei tempi, in ogni lingua qualcosa di nuovo si accoglie, qualcosa di vecchio si dismette; ma ogni lingua resta stazionaria «anche in parità di partite, se quanto si guadagna, tanto si perde» [344].
Proprio come tutti gli organismi, la lingua ha una sua configurazione spazio-temporale. Non solo "occupa" uno spazio geografico, magari variabile nelle sue dimensioni, ma pure "si distende" nel tempo con una vicenda che prevede, sì, fasi di evoluzione ma anche condizioni di stallo e talvolta addirittura di movimento retrogrado. Naturalmente Leopardi distingue pure la lingua colta, e letteraria, dalla «lingua usuale», quella «quotidiana, propria, e materna». Della necessità della lingua colta egli nota: «senza letteratura, una lingua si spegne o si altera facilmente» [988]. Ma della «lingua usuale» - si noti - asserisce che «l'estensione reale ... è piccolissima», molto più piccola di quanto non s'immagini [933].
Nel concetto di «estensione reale» vanno inclusi soprattutto: il numero dei parlanti e l'ampiezza territoriale. Se n'è fatto già cenno. Leopardi infatti dichiara con una certa apoditticità: «Una stretta conformità di linguaggio, e per conseguenza una medesima lingua strettamente considerata, non è comune se non ad un numero ben piccolo di persone, e non occupa se non un piccolo tratto geografico» [933]. Non è peregrina l'asserzione che solo a queste condizioni «una stretta conformità di linguaggio» può mantenere una certa stabilità nel tempo. Leopardi sa di che cosa sta parlando. Ha davanti agli occhi il quadro dell'Europa, dove la situazione linguistica riflette in piccolo quel che avviene in grande nel mondo intero. È evidentissima la varietà lingue. Molte nazioni, lingue differenti. E checché si faccia , «ciascuna nazione» si tien ben stretta la propria, anche se questa si distingua solo di poco da quella in uso in qualcuna delle nazioni contigue: la parziale somiglianza o la radicale differenza delle altre lingue, in questo caso, non ha influenza, alterandola, sulla sua identità linguistica.
Ma ciò, evidentemente, non significa che la lingua - come s'è detto - sia assolutamente inalterabile. Tutte le lingue si trasformano. E tuttavia le ragioni non sono esogene: al contrario, sono endogene. Molto dipende anzitutto dall'espansione della nazione sul territorio, come dimostra «l'esperienza continua dei secoli, e la fede di tutte le storie». Infatti si pensi a quel ch'è accaduto alla lingua dei Celti, i quali, com'è noto, si son «diffusi per la Gallia, la Spagna, la Bretagna, e l'Italia ec.»: ebbene, non v'è chi non veda che «la lingua celtica s'è divisa in tante lingue quanti paesi ha occupato la nazione». Stesso fenomeno s'è verificato - sempre fra le nazioni occidentali - «alla teutonica, alla slava ec.». Ed è quasi superfluo ricordare che così è accaduto pure alle lingue orientali: ad esempio «all'arabica, colla diffusione de' maomettani» [933]. Insomma: una nazione, allargandosi e diffondendosi tra altri popoli dotati di altre lingue, si dirige inevitabilmente, dal punto di vista linguistico, verso una soglia critica, superata la quale quella nazione, certo, conserva la sua identità, ma non l'integrità linguistica. Con risultati diversi.
Spesso, in una stessa comunità nazionale, che risieda su un determinato territorio "occupato", finiscono col coesistere lingue diverse. O meglio, ogni nazione resta sempre «la stessissima», ma «la conformità del linguaggio si perde»; la nazione resta una, ma «la sua lingua non è più una»: «si divide» [933]. Inoltre, è impossibile che, con la coesistenza di più nazioni sullo stesso territorio, si verifichi la coesistenza dei diversi ceppi linguistici che mantengano integra la loro forma originaria. E comunque - anche nel caso in cui la nazione che invade diventi non solo politicamente, ma anche demograficamente o culturalmente dominante - è impossibile che essa riesca a mantenere la forma originaria della propria lingua. Leopardi spiega:

Sebbene un popolo conquistatore trasporti e pianti la sua lingua nel paese conquistato, e distrugga anche del tutto la lingua paesana, la sua lingua in quel tal paese appoco appoco si altera, finattanto che torna a diventare una lingua diversa dalla introdottaci»
.

Insomma la quotidiana contiguità dei parlanti di lingue diverse porta alla corruzione del patrimonio linguistico fino al punto che la lingua dei "dominanti", mescolandosi con quella dei "subalterni", dà origine ad una lingua nuova e differente. Lo mostra con evidenza - ricorda ancora Leopardi - la storia dei Romani, la cui lingua, «piantata colla conquista nella Francia e nella Spagna» e «distrutta intieramente la lingua indigena», «non fece altro che, alterandosi a poco a poco, finalmente emettere dal suo seno due lingue da lei formalmente diverse, la francese, e la spagnuola». E - aggiunge - la stessa cosa potrebbe dirsi d'infinite altre famiglie di lingue: europee e non europee [933-934].
Leopardi fa riferimento, come s'è visto, ad una soglia critica. Ma non fa accenno alla possibilità di una sua eventuale determinazione. Non fa accenno alcuno alla misurabilità, neppure in termini di generica proporzionalità. E neppure per via comparativa, ad esempio mettendo a rapporto l'evoluzione di una stessa lingua in luoghi diversi. Egli parla solo di un'«impossibilità naturale e positiva dello estendersi una lingua più che tanto», precisando tuttavia che questa «estensione», come s'è già accennato, deve essere intesa «in paese e in numero di parlatori» [934]. Allude tuttavia al gioco di alcune variabili nel configurarsi della soglia critica. Più precisamente non esclude che eventuali condizioni concorrenti siano in grado di allontanare o avvicinare la linea-limite. Come ad esempio il clima [934], che a suo avviso può svolgere un suo ruolo specifico nel generare e/o favorire, o rallentare e/o limitare la naturale diversificazione delle lingue. Del resto ogni lingua esprime anche l'indole di un popolo [74-75, 205, 965, 986, 2608], e «l'indole degli abitatori» è «determinata dall'influenza del clima» [950, 1851, 2175, 2928, 3206, 3251, 3347, 3891, 4031-32, 4062, 4069].
Il clima peraltro ha un suo ruolo anche nelle trasformazioni stesse subite da una lingua. Come nel caso della lingua latina, che «tanto si è mutata sulle bocche francesi», e non solo «per l'uso avuto co' popoli settentrionali», ma forse anche «per la natura del clima stesso» [2874]. Infatti il clima agisce sulla lingua determinandone anzitutto l'aspetto fonetico: «la differenza delle lingue dimostra una vera differenza negli organi corporali della favella tra' vari popoli parlanti»; tale differenza è prodotta da condizioni naturali: come appunto «dal clima» [3199]. Come negare del resto che «il clima meridionale naturalmente ispira dolcezza ne' caratteri delle pronunzie e de' suoni»? [3251-53]
Ma, per Leopardi, l'idea della «impossibilità naturale e positiva dello estendersi una lingua più che tanto» è ben complessa. Finora - come s'è visto - egli ha accennato al fenomeno della mescolanza delle nazioni. Tuttavia egli avverte con insistenza che l'alterazione di una lingua e la rigenerazione di una lingua in altra, non dipendono strettamente ed esclusivamente dalla potenza esercitata da una lingua o della resistenza opposta da un'altra lingua. Per lui l'impossibilità di conservare stabilmente l'integrità linguistica è, nella sua essenza, «un'impossibilità materiale, innata, assoluta». Leopardi n'è tanto convinto da arrivare a sostenere questa idea attraverso un'ipotesi iperbolica: «quando anche tutto il resto del mondo fosse vuoto, o muto, quella tal lingua, dilatandosi più che tanto, si dividerebbe appoco appoco in più lingue» [934]. Affermazione forte che però, senza argomenti solidi a sostegno, rischierebbe di restare impigliata nella rete dell'iperbole. Ma Leopardi non parla a cuor leggero. Egli ha presenti fenomeni storicamente consolidati di dilatazione. Fenomeni - facile prevederlo - di due tipologie: dilatazione geografica e dilatazione demografica.
Quanto alla dilatazione geografica, Leopardi ricorda - ancora una volta - ciò che è accaduto nella Grecia antica. Con la colonizzazione - dice - si trasportò «di pianta», e «in diversi luoghi», la lingua greca insieme a «i di lei stessi parlatori naturali». Ebbene, si sa come andò a finire. Nelle colonie, la lingua greca si diramò ne «i tre famosi e principali dialetti»: lo Jonico, il Dorico, e l'Eolico.
Quanto alla dilatazione demografica Leopardi poi nota: anche quando una nazione - «senza occupare paesi discosti, e forestieri», e «senza trasportarsi in altri luoghi» - si accresce numericamente fino a formare «un corpo più che tanto grande», ebbene, anche in questi caso «la sua lingua - dentro la stessa nazione, e nelle sue proprie viscere - si divide»; di più: «essa si diversifica più o meno dalla sua primitiva, in proporzione della distanza dal primo e limitato seggio della nazione, dalla prima fonte della nazione e della lingua»; e pertanto la lingua originaria si conserva «pura» soltanto «in quel preciso e ristretto luogo dov'ella fu primieramente parlata» [935].
Anche questo è accaduto nell'antichità classica. «Dentro la stessa Grecia, paese di sì poca estensione geografica», la lingua greca si divise in «moltissimi dialetti minori». Anzitutto in: Beotico, Laconico, Macedonico, Spartano, Tessalico. E poi, analogamente, «i di lei dialetti principali» si divisero a loro volta in altri minori: «Cretese, Sciotto, Cipriotto, Cirenese, Delfico, Efesio, Lidio, Licio, Megarese, Panfilio, Fenicio, Regino, Siciliano, Siracusano, Tarentino ec.» [935].
Ma il fenomeno non s'è verificato solo in Grecia, e non solo nell'antichità. Ne è testimonianza la proliferazione de «i dialetti della lingua italiana, della francese, della spagnuola, della tedesca, e di tutte le lingue antiche o moderne». E peraltro una conferma rilevante la offre pure la nazione ebraica antica: la lingua Ebraica infatti si trovò «distinta in dialetti nelle stesse tribù Ebraiche, dentro la stessa Cananea» [935].
Ma, a dimostrazione della necessaria e naturale diversificazione di uno stesso ceppo linguistico anche nello stesso territorio di residenza della "comunità parlante", Leopardi aggiunge una notazione non certo di poco conto: «Dentro i confini di un medesimo ed unico dialetto, non v'è città, il cui linguaggio non differisca più o meno, da quello medesimo della città più immediatamente vicina». Differenze chiaramente percepibili non solo «nel tuono e inflessione e modulazione della pronunzia», ma anche «nella inflessione e modificazione diversa delle parole», e finanche «in alcune parole, frasi, maniere, intieramente sue proprie e particolari». Questo è fenomeno d'evidenza lampante - segnala Leopardi - nelle città della Toscana; ma - aggiunge - si può costatare pure «nelle altre città di qualunque provincia italiana, e dappertutto» [936]
Peraltro proprio la situazione linguistica nella penisola italiana testimonia che la diversificazione non s'arresta mai. La stabilità linguistica è sempre precaria. La trasformazione non conosce sosta né trova limite. Dappertutto «in ciascuna città, il linguaggio cittadinesco è diverso dal campestre». E addirittura, nell'ambito della stessa città, spesso è diverso da zona a zona. «È noto che nella stessa Firenze si parla più di un dialetto, secondo la diversità delle contrade». Dunque: «una lingua non arriva ad essere strettamente conforme e comune, neppure ad una stessa città, s'ella è più che tanto estesa e popolata». Così a Firenze e «così credo che avverrà pure in Parigi ec.» [936].

4. La diversità delle lingue. Un "gastigo" di Dio?

Sulla base di questi dati e di queste riflessioni Leopardi deduce che la confusione dei linguaggi, indicata dalla Bibbia come «un gastigo dato da Dio agli uomini», ha «radice e fondamento nella natura», e dunque che la diversità dei linguaggi è «naturale e inevitabile». D'altra parte la diversità di una lingua contribuisce a costituire la specifica identità delle comunità nazionali: esprime infatti la «proprietà essenziale delle nazioni» [936].
La moltiplicità delle lingue, insomma, è strettamente connessa alla «propagazione del genere umano»: la quale "doveva" portare con sé, come necessaria implicazione, «la divisione e la suddivisione dell'idioma primitivo». Insomma è "naturalmente fondata" la storica impossibilità di comunicazione scambievole e di reciproca comprensione tra gli uomini, iconizzata nella Bibbia con la torre di Babele. Al punto che ogni progetto di lingua universale - ossia di «una lingua propria e nativa e materna e quotidiana di tutte le nazioni» - non può essere altro che «una chimera»; un progetto irrealizzabile «non solo materialmente», e non solo «per le circostanze e le difficoltà che risultano dalle cose quali ora sono», ma anche e soprattutto «in ordine all'assoluta natura degli uomini». Una chimera, in definitiva, «non solamente in pratica, ma anche in ragione» [936, cfr. 1028].
Si consideri «la naturale e inevitabile ristrettezza de' confini di una lingua assolutamente uniforme» [936]; si consideri pure che «la lingua è il principalissimo istrumento della società» [937]; si aggiunga ancora che «la uniformità della lingua» è il «distintivo principale delle nazioni» [937]: ecco, da tutto questo discende una serie di corollari. Dai quali si può trarre un'unica conclusione: da qualunque punto di vista si aggredisca la questione, gl'impedimenti al progresso, le lentezze nello sviluppo degl'individui e della società, hanno un'unica causa, la «natura», che altrove Leopardi ha definito «matrigna».
La storia dell'uomo - secondo le indicazioni di Leopardi - è segnata dal "naturale" suddividersi, costante e graduale, dell'umanità primitiva. Ossia è la storia del suo parcellizzarsi in gruppi territoriali sempre più ristretti, e, conseguentemente, del progressivo restringimento e dell'inarrestabile diversificarsi degli idiomi. E si sa: in una società piccola, territorialmente e demograficamente, la lingua tende a mantenere la sua uniformità. D'altra parte la storia dell'uomo mostra pure che le comunità umane si muovono sulla spinta di un'istanza costante di civilizzazione, la quale si compie e può compiersi solo ed esclusivamente nella e con la società; e poiché la lingua è «l'istrumento principale della società», anche la lingua progredisce a misura dell'estensione della società e dei suoi traffici. Allora per il recanatese gli ostacoli più seri all'incivilimento, ed alla conseguente benefica trasformazione degli uomini, li ha frapposti e li frappone proprio la natura, con la sua azione di contrasto alla dilatazione e al progresso della società. Ed è chiaro che solo a costo di grandi sforzi, e superando enormi e numerosi ostacoli, l'umanità ha potuto lottare, e lotta, contro questa opposizione, forzando la natura «con gli studi, e con cento mezzi niente naturali», ovvero promuovendo, nell'ambito delle società, la cultura, la scienza e la tecnologia [938].
Sul carattere "maligno" della natura, anche sotto il profilo linguistico, non c'è molto da dubitare. Nello Zibaldone Leopardi ne parla in modo e in termini inequivocabili. «Come la società così anche la lingua - dice - fa progressi coll'estensione»: infatti «la lingua di un piccolo popolo, è sempre rozza, povera, e bambina balbettante»; ma, come si sa, mentre la natura tende a restringere invece la società ha bisogno di dilatarsi; la natura quindi induce all'uso di una lingua debole e impermeabile ai benefici influssi che, non solo sulla società, ma sulla lingua stessa, esercita il «commercio coi forestieri»: il quale, come è noto, «è fuori anzi contro il caso». Questo stato di cose risale alle origini stesse della civiltà. Già alle origini infatti «la natura, coll'impedire l'estensione di una lingua uniforme, ne ha voluto anche impedire il perfezionamento, anzi anche la semplice maturità o giovanezza». E con ciò ha reso indiscutibilmente un pessimo servizio agli uomini. Riducendo la loro possibilità di espressione e di comunicazione con l'uso della rozza lingua naturale, tendeva a mantenerli nei confini della condizione primitiva, ossia in una condizione che assicurava «ristrettissime facoltà» agli uomini e alle società, e consentiva «ristrettissima influenza» sugli scambi reciproci con parlanti di altre lingue. Pertanto, «essendo la lingua l'istrumento principale della società», allora «la società resa possibile agli uomini primitivamente dalla natura», era - e non poteva essere altrimenti - «una società di pochissima influenza», «una società lassa». E se la natura avesse potuto esercitare un controllo assoluto e permanente, la natura avrebbe costretto l'uomo a vivere in una società incapace di liberare gl'individui dall'isolamento e dalla incultura, in una società incapace di trasformarli: insomma in «una società poco maggiore di quella ch'esiste fra i bruti» [938].
Il danno prodotto dalla natura al processo d'incivilimento dell'uomo si sarebbe protratto nel tempo, se l'uomo, vivendo in società, non lo avesse arginato col suo ingegno, e anzitutto con la modifica della lingua. La "debole" lingua originaria avrebbe inevitabilmente inibito il progresso. Mancando le parole, nessuna esperienza dei predecessori poteva esser conservata e nessuna poteva esser trasmessa ai successori. L'insufficienza della lingua avrebbe apportato danno «non solo alla generazione contemporanea, ma anche alle passate e future» [939].
L'importanza della lingua ai fini del progresso civile per Leopardi è determinante. «Mediante una lingua impotente, è impotente la tradizione; e le esperienze, cognizioni ec. degli antenati arrivano ai successori, oscurissime incertissime debolissime e più ristrette assai di quelle ristrettissime che con una tal lingua e una tal società avrebbero potuto acquistare i loro antenati; cioè quasi nulle». Con una lingua "impotente" l'uomo si posiziona ad un livello appena un po' più in alto dei bruti, i quali appunto «non avendo lingua, non hanno tradizione, cioè comunicazione di generazioni». E se fossimo rimasti in possesso solo di «una lingua limitatissima nelle sue facoltà», anche al giorno d'oggi ognuno di noi sarebbe «come il primo della sua specie», come l'uomo «uscito dalle mani del Creatore» [939].

5. Ricchezza della lingua e progresso civile

Leopardi - come si diceva - è inequivocabilmente esplicito: per lui c'è un rapporto di proporzionalità diretta tra ricchezza della lingua e progresso civile. Sicché tanto più povera è una lingua di un popolo, tanto più quel popolo è lontano dall'incivilimento. E non si tratta solo della lingua parlata. Il rapporto si riscontra anche per quella scritta: incluse la «scrittura dipinta», e la «scrittura geroglifica» [939, cfr. 1263-1264]. Anzi, con la scrittura il processo d'incivilimento ha avuto una straordinaria e progressiva accelerazione, fino ad arrivare al punto più alto con la scrittura a stampa: «L'incivilimento, ossia l'alterazione dell'uomo, fece grandi progressi dopo l'invenzione della scrittura per cifre, ma però sino a un certo segno, fino all'invenzione della stampa, ch'essendo la perfezione della tradizione, ha portato al colmo l'incivilimento». La lingua scritta è frutto dell'opera dell'uomo, che a giusto motivo ne può menar vanto. La natura non può vantar nessun merito. Tutte le scritture, e soprattutto «la scrittura per cifre», sono «invenzioni difficilissime»: la loro complessità lascia facilmente immaginare «quanto la natura fosse lontana dal supporle, e quindi dal volere e ordinare i loro effetti» [939].
A Leopardi non par vero quindi scagliarsi contro coloro che sostengono che il progresso dell'umanità sia favorito e sostenuto dalla stessa natura. Se si pensa che l'incivilimento sia un "naturale" perfezionamento dell'uomo, si sbaglia di grosso. La natura, con la sua semplicità, mai e poi mai avrebbe prodotto tanto. L'uomo non è "naturalmente" perfettibile. Ogni perfezionamento ha luogo indipendentemente dalla natura e contro la natura stessa. «L'incivilimento apparisce e dalla ragione e dal fatto che non si poteva conseguire, e molto meno perfezionare, senza l'invenzione della scrittura per cifre». La quale è «invenzione astrusissima» quanto «mirabile». La sua "artificialità" è tanto ingegnosa e complessa che appare assolutamente comprensibile ch'essa abbia tardato tanto - «per lunghissima serie di secoli» - ad apparire sulla faccia della terra. Un ritardo non casuale, ma necessario [940].
Leopardi tiene molto ad evidenziare quel che a lui appare come un'innegabile discontinuità tra natura e civiltà. La condizione civile, a qualunque grado lo si consideri, è un salto rispetto a quella naturale. E sarebbe un torto fatto all'uomo, al suo ingegno, negarne il merito. L'«alterazione» della lingua naturale e l'invenzione della «scrittura per cifre», segnano la vera grandezza dell'uomo. Il quale non è stato reso «privilegiato» dalla natura, ma, tra tutti gli esseri animati, ha sancito egli stesso, ed egli solo, il suo primato con le sue intelligenti invenzioni. Leopardi - è evidente - attribuisce esclusivamente all'uomo il merito dell'innesco di un prodigioso circolo virtuoso: la sua intelligenza ha prodotto e produce quelle invenzioni che a loro volta hanno stimolato e stimolano ulteriormente la sua intelligenza.
Sull'uso che gl'italiani suoi contemporanei fanno della loro lingua, Leopardi esprime giudizi molto severi. «L'uomo - dice - dev'esser libero e franco nel maneggiare la sua lingua». Ma c'è libertà e libertà. C'è la goffa libertà dei plebei, i quali, nella lingua come nelle piazze, si comportano «liberalmente e disinvoltamente» ma tradendo la loro incapacità di muoversi «decentemente e con garbo». E c'è la libertà di colui che sa il fatto suo, ovvero di chi, consapevole di sé, «esperto ed avvezzo al commercio civile», «si diporta francamente e scioltamente ... per cagione di questa medesima esperienza e cognizione». Dunque, per dirla in forma generale, «la libertà nella lingua dee venire dalla perfetta scienza e non dall'ignoranza» [704].
Purtroppo - aggiunge - questa «debita e conveniente libertà manca oggigiorno in quasi tutti gli scrittori». Il mondo culturale pullula di letterati che, schiavi della preoccupazione di «seguire la purità e l'indole e le leggi della lingua», non riescono ad esprimersi liberamente: «sempre sospettosi di offendere», essi «vanno così legati che pare che camminino fra le uova». E in quel mondo non poco spazio occupano pure gli scrittori che esibiscono la «libertà de' plebei», «quella che deriva dall'ignoranza della lingua, dal non saperla maneggiare, e dal non curarsene». E l'assurdo è che questi ultimi raccolgono pure ingiuste e ingiustificabili lodi «come scrittori senza presunzione»: quasi che fosse presunzione lo scriver bene e modestia lo scrivere con sciatteria. Chi davvero scrive bene non può mostrar presunzione: la quale è massimo vizio per uno scrittore; come del resto l'affettazione, che è «la peste d'ogni bellezza e d'ogni bontà»; perché è noto: «la prima e più necessaria dote sì dello scrivere, come di tutti gli atti della vita umana, è la naturalezza» [704-705].
L'italiano praticato ai suoi tempi, insomma, a Leopardi sembra la lingua di un'epoca di decadenza. Ma allora: qual è stato il periodo di splendore? Lui ha idee chiarissime in merito. «Il cinquecento fu il vero ed unico secol d'oro della nostra lingua». E il trecento, a cui si fa risalire la sua origine? No, non fu quello il secolo d'oro. Il trecento ha solo preparato quel tesoro che poi il Cinquecento ha fatto risplendere. Perché non c'è splendore di una lingua senza averne prima costituito il tesoro. E dunque è regola generale: «il secol d'oro di una lingua, o di qualunque altra disciplina, non è quello che la prepara, ma quello che l'adopra, la compone de' materiali già pronti, e la forma». Il che per l'italiano si verificò proprio nel periodo rinascimentale. «Il cinquecento formò e determinò la lingua italiana in maniera ch'ella, guadagnando nella coltura e nell'ordine, non perdè nulla affatto nella naturalezza, nella copia, nella varietà, nella forza, e neanche nella libertà» [707].
Ne consegue che, a livello espressivo-comunicativo sarà sempre poverissimo chi non saprà o non vorrà attingere al ricco tesoro linguistico accumulato. Ma ciò non significa adoperare una lingua immobilizzata nel suo "storico" patrimonio lessicale e stilistico. Anzi: a cose nuove parole nuove [707]. Ma qui è il problema: come rinnovare una lingua in modo che risulti adeguata all'esigenza dei tempi?
«La soverchia tirannia in ordine alla purità della lingua ne produce dirittamente la barbarie e la licenza» [985]. Leopardi ricorda che Marco Cornelio Frontone, vissuto nel II secolo dopo Cristo, in un'epoca di grandi novità in ogni campo della vita dei Romani, per fronteggiare il «troppo libertinaggio» linguistico commise l'errore di cadere nell'eccesso contrario, proponendosi come rigido tutore «della purità come della letteratura così della lingua latina». Ma «mondar la lingua dalle brutture, distoglierla dal cattivo cammino, e rimetterla sul buono» non significava - e non significa - impedire il suo naturale movimento o addirittura riportarla a modalità espressive non solo antiche ma inattuali. «Perchè la lingua - e naturalmente e ragionevolmente - cammina sempre finch'è viva», e pertanto «come è assurdissimo il voler ch'ella stia ferma, contra la natura delle cose, così è pregiudizievole e porta discapito il volerla riporre più indietro che non bisogna, e obbligarla a rifare quel cammino che avea già fatto dirittamente e debitamente». E questo fu proprio l'errore di Frontone: «volendo quasi immedesimare, in dispetto della natura e del vero, il suo tempo coll'antico», egli «in luogo di purificare la lingua, la volle antiquare, richiamando in uso parole e modi, per necessaria vicenda delle cose umane, dimenticati, ignorati e stanti». Operazione destinata inevitabilmente al fallimento, anzitutto perché non è in potere dell'uomo «il cancellare tutto l'intervallo di tempo ed altro che sta fra il presente e l'antico»; e poi perché, appunto, «la lingua cammina sempre», e sempre «segue le cose le quali sono istabilissime e variabilissime» [753-754].

6. Il modello d'innovazione della lingua

Il corretto modello d'innovazione della lingua ci viene proposto dalla Grecia classica. La grandezza del greco antico - ricorda Leopardi - deriva dal fatto che esso «non lasciò mai di arricchirsi, e acquistar sempre, massimamente, nuovi vocaboli» [735]. Però - spiega il recanatese - «questi incrementi erano tutti della propria sostanza e del proprio fondo». Insomma, altro è trovare nella propria lingua la possibilità di novità e arricchimento, altro è trapiantare di peso da altra lingua «voci e modi» estranei. Occorre che una lingua trovi «nelle sue radici» la facoltà di dir tutto quello che occorre dire; essa, «senza ricorrere ad aiuti stranieri», deve trovare in sé la capacità di «conformare la novità delle parole alla novità delle cose» [736].
Una grandezza, quella del greco antico, che dura fino ai nostri giorni. Ancora oggi - segnala Leopardi - , in «tanta diversità di tempi e di costumi e di opinioni», in «tanta novità di conoscenze e di ritrovati, e fino d'intere scienze e dottrine», non è un un caso che, anche nella nostra lingua italiana, per qualunque novità di tipo strettamente scientifico, si ricorra alle nostre più antiche radici, ovvero proprio alla lingua greca [737]. La quale «ancorchè da tanti secoli spenta», tuttavia «resta sempre inesauribile, e provvede a tutto» [738]. Una lingua, quella greca, caratterizzata da «forma, consistenza, ordine, e stabilità» [743], e che si mantenne sempre «fertile e prolifica e viva e vegeta e copiosa, così pura e sincera» [739]. Una lingua capace «di esprimer tutto facilmente», grazie «alla pieghevolezza, trattabilità, duttilità», ma mai paga della perfezione acquisita [742]. Onore ai Greci, dunque, al loro ingegno.
E allora, da questo punto di vista, che dire degli odierni scrittori italiani? «Una lingua non si forma nè stabilisce mai, se non applicandola alla letteratura». [1037], anche se non basta tale applicazione per renderla più perfetta [1056-1057]. Di più, esiste un rapporto biunivoco tra lingua e letteratura enunciabile nel principio: «Qual è la lingua tale è sempre la letteratura, e viceversa» [2103]. E proprio tenendo fede a questo principio, Leopardi non cede a reticenze. Gli odierni scrittori italiani, sì, manifestano attenzione per la lingua dei tempi passati, ma - dice con intransigente severità - lo fanno solo «per impotenza, ignoranza, povertà, e niun possesso di lingua»; credono di far buona letteratura usando voci e modi desueti, ma li usano «a sproposito e come capita», e senza controllare se siano appropriati al contesto del discorso. Insomma - sbotta Leopardi, non celando la sua irritata delusione - «non mi è riuscito mai di trovare, negli antichi scrittori latini o greci ... tanta goffaggine, e incapacità, e piccolezza di giudizio, e debolezza e scarsezza di mezzi, e decisa insufficienza alle imprese, agli assunti ec. quanto negli odierni italiani»! [757]. La nostra lingua è un'eredità, un capitale da rendere fruttifero: non un tesoro da seppellire né un bene semplicemente da custodire con cura [765-766].
Leopardi inoltre, non ancora pago, si dedica a smascherare anche certi fuorvianti luoghi comuni. «Noi ci vantiamo con ragione della somma ricchezza, copia, varietà, potenza della nostra lingua»; ci vantiamo «della sua pieghevolezza, trattabilità, attitudine a rivestirsi di tutte le forme»; ci compiaciamo della sua capacità di «prender abito diversissimo secondo qualunque soggetto che in essa si voglia trattare», e di «adattarsi a tutti gli stili»; insomma meniamo vanto della «quasi moltiplicità di lingue contenute o possibili a contenersi nella nostra favella» [766]. Ma siamo in errore quando pensiamo che queste qualità derivino «dalla sua primitiva ed ingenita natura ed essenza». Certo, così si dice generalmente, «ma c'inganniamo di gran lunga»: solo per ignoranza del fenomeno linguistico pensiamo che la nostra lingua sia - chissà perché - privilegiata. Queste qualità nessuna lingua le possiede per origine o per natura. Anzi tutte le lingue, più o meno, «sono disposte ad acquistarle». E parimenti tutte «possono non acquistarle mai, e restarsene poverissime e debolissime, e impotentissime, e uniformi, cioè senza nè ricchezza, nè copia, nè varietà» [767]. Nessun vanto, dunque. Anche la nostra lingua poteva restare debole e impotente. Perché tutte lo sono alla loro nascita e «nei loro principii», e tali restano «finattanto che non sono coltivate, e con molto studio ed impegno, e da molti, e assiduamente, e per molto tempo». Questi pregi non dipendono dalla natura delle lingue, così come non dipendono da «l'estensione, il commercio, la mobilità, l'energia, la vivacità, gli avvenimenti, le vicende, la civiltà, le cognizioni, le circostanze politiche, morali, fisiche delle nazioni che le parlano». A rendere pregevole una lingua è - «principalmente» e «più stabilmente e durevolmente che qualunque altra cosa» - «la copia e la varietà degli scrittori che l'adoprano e coltivano» [767]. Questa abbondanza e questa varietà resero grande la lingua greca. La quale prevalse sulla latina per la maggior «durata». Ma anch'essa non avrebbe mai raggiunto un eccellente livello qualitativo se non fosse stata «coltivata e adoperata da buon numero di scrittori», utilizzata per contenuti molteplici e diversi, e piegata alla «varietà degli stili o degl'ingegni degli scrittori» [768].
Senza la varietà e la copia degli scrittori, tutte le lingue, antiche e moderne, restano prive di queste qualità. Valga il caso - tra le lingue europee "colte" - della lingua Spagnuola. «Nobilissima, e di genio al tutto classico», «sorella nostra non meno di ragione che di fatto, e di nascita che di sembianza, costume, indole», la lingua spagnola è «inferiore» alla nostra solo per «copia e varietà degli scrittori» [768]. Come lo è la lingua francese. «La Francia è venuta a mancare della varietà degli scrittori, non ostante che n'abbia la copia, ed abbia la varietà de' soggetti» [768-769]. Tale mancanza è dovuta alla riforma a cui quella lingua è stata sottoposta: la quale ha imposto una regolarità e una configurazione che non solo hanno portato alla uniformità degli stili, ma hanno limitato «la moltiplicità della lingua, secondo i vari soggetti e i vari ingegni», e addirittura hanno spento «la libertà, e la facoltà inventiva agli scrittori» sottraendo loro «l'ardire» e rendendoli «schivi e timidi» [769].
Per Leopardi «una lingua non è bella se non è ardita». «In fatto di lingue - dice - bellezza è lo stesso che ardire» [2415]. «Ricchezza di frasi e di modi non si dà se non in una lingua ardita» [2416], ovvero in una lingua «non obbligata alle regole dialettiche delle frasi, delle forme, e generalmente del discorso». L'ardire dunque è espressione dell'esigenza creativa, che implica la libertà dal rigore matematico. Ed è appunto ciò che assicura alla lingua la bellezza poetica [2417-20, cfr. 2425-28]. Beninteso - avverte poi Leopardi - l'arditezza, con la sua "libertà dal rigore", di per se stessa non caratterizza come libera una lingua: «Ci può essere una lingua serva e ardita, come una lingua timida e serva, una lingua libera e non ardita, come una lingua ardita e libera»; la libertà della lingua è data solo «dalla maggiore o minore adattabilità a' diversi stili» [2173-2176].
Per Leopardi, però, il caso della Francia mostra pure quanto, sulla ricchezza di una lingua, influiscano gli assetti politici degli Stati e il peso delle civiltà nazionali. Infatti egli pensa che specialmente certi limiti di una lingua siano dovuti alla «natura e forza della eccessiva civiltà di quella nazione», e alla «influenza della società». È noto a tutti che una società rigida, «stretta e legata», tende a frenare la diversità degl'individui, ad imbrigliare la loro singolarità, contrariamente a quel che accade in altre nazioni, dove invece «si cerca ed è pregio il distinguersi» [769-770].
Questa tendenza all'uniformità, insomma, mortifica gl'individui rendendoli «timidi dell'opinione del ridicolo», e «scrupolosi osservatori delle norme prescritte e comuni nella vita». Naturale quindi che anche gli scrittori, quelli che i costumi sociali spingono fino alla superstizione, finiscano coll'essere «timidi, schivi affatto di novità nella lingua», benché relativamente «alle sole forme e modi» [770]. Il caso della Francia mostra infatti che questa autocensura non viene esercitata nel lessico. Quanto alle parole, in Francia, la facoltà inventiva è sempre stata tenuta libera; e per cose nuove non s'è mai disdegnato il ricorso alle proprie fonti, al proprio patrimonio storico: la lingua francese - «da principio, come la nostra, attissima alla novità ed al bell'ardire, anche nei modi» [771] - «cresce di parole ogni giorno e crescerà» [770].

Per Leopardi, nonostante le brutture degli scrittori a lui contemporanei, la lingua italiana, con la sua ricca tradizione di sei secoli di scrittura, resta la migliore tra le moderne. Essa - «scritta da una infinità di autori d'ogni soggetto, d'ogni stile, d'ogni carattere, d'ogni ingegno»; resa celebre dalle produzioni letterarie di «scrittori peritissimi nel linguaggio»; oggetto d'interesse da parte di «coltivatori assidui, ed espressamente dedicati allo studio della lingua»; arricchita da «maestri e modelli del bel parlare, studiosissimi delle lingue antiche per derivarne nella nostra tutto il buono e l'adattato, liberi, coraggiosi, e felicemente arditi nell'uso della lingua» [771] - ha raggiunto livelli di eccellenza che non ha pari nella storia delle altre lingue vive. Partita, come tutte le altre, da barbare origini e «da piccoli anzi vili e rozzi e informi principii», cresciuta e divenuta «adulta e vigorosissima» pur «fra le tenebre dell'ignoranza, della superstizione, degli errori della barbarie»; essa, prima e sola fra le lingue vive, «è venuta in tal fiore di bellezza, di forza, di copia, di varietà» da avvicinarsi di molto - senza comunque raggiungerle - a quelle antiche [772].
Ma per Leopardi questa primazia è ad alto rischio. Il passato della lingua è segno dell'eccellenza della cultura italiana. Ma se la ricchezza e la varietà derivano principalmente dall'abbondanza e dalla diversità degli scrittori, se ne ricava che l'incuria presente non potrà che depauperarla. Per vivere e per - almeno - mantenere gli alti livelli di pregio, la lingua ha bisogno di un continuo arricchimento. Come tutte le cose umane anche la lingua - segnala Leopardi - o progredisce o retrocede: non conosce stallo. Con l'incuria dunque la lingua «non arricchirà, non crescerà, non monterà più», e «non avanzando più, retrocederà», e «dopo essere isterilita, impoverirà ancora, perderà quello che avea guadagnato», fino al punto che «si ridurrà a tal grado di miseria e d'impotenza, che non sarà più sufficiente all'uso e al bisogno». E la conseguenza è facilmente prevedibile: per sopravvivere «le converrà domandare soccorso alle lingue straniere», il che significa che dovrà «imbarbarire del tutto» [772-773]. Paradossalmente proprio chi, per eccesso di zelo formale, vuole «mantenerla pura e sana», finirà con abbandonarla alla corruzione da cui intendeva e doveva preservarla [773].
Forse con eccessiva preoccupazione Leopardi denuncia che questo processo è già in corso. Molte ricchezze essa ha già perduto. Eppure la conoscenza della storia linguistica della Francia avrebbe ben dovuto mettere in allarme. Qui si rischia di «ridurre la lingua italiana - e nelle parole e nei modi - a quella stessa paura, scrupolosità, superstizione, schiavitù, grettezza, uniformità della lingua francese» [773]. Inutile cullarsi nell'idea che la lingua italiana sia pervenuta ormai ad un tale livello di perfezione oltrepassato il quale essa non può che decadere [774-775]. Sarebbe una «dannosa opinione» [787]. Chi la sostiene argomenta dicendo che curare un organismo sano significherebbe metterne in crisi il naturale equilibrio che contraddistingue la florida sanità. Ma posto pure, per absurdum, che la lingua italiana abbia davvero raggiunto, su tutti i fronti e per tutti gli aspetti, un altissimo stadio di perfezione, resta il fatto che nessuna lingua, né oggi né mai, può raggiungere un livello supremo e insuperabile, nessuna lingua può diventare tanto perfetta per cui l'incremento ulteriore di ricchezza, abbondanza e varietà ne determini la certa e inevitabile morte. Se ben si riflette - nota acutamente Leopardi - non è difficile comprendere perché nessuna lingua possa mai diventare assolutamente perfetta. La realtà si trasforma continuamente, e la lingua l'insegue senza sosta. Anche la lingua pertanto si modifica permanentemente, e, nel suo sforzo di rendere, in parola e discorso, le cose presenti e lo stato delle cose, è sempre alla ricerca di termini e modi che designino ciò ch'è gia noto e ciò che di nuovo si offre alla sua attenzione [774-775].
Insomma: «una lingua non è mai perfettamente ricca»; per dir meglio essa non è mai compiutamente «fornita del necessario» in modo da poter «esprimere perfettamente, e convenientemente, tutte le cose, e tutte le possibili modificazioni delle cose di questo mondo». Sicché, detto in forma più franca, una lingua non avrà più necessità di sviluppo «solo quando o essa o il mondo sarà finito» [775].
Ma Leopardi vuol dire anche una parola chiara sulle illusioni che potrebbero coltivare gli zelanti "protezionisti". Sempre nella convinzione che la lingua abbia raggiunto il limite massimo della perfettibilità, si potrebbe pervenire all'assurda conclusione che non sia più necessario, o non più possibile, potenziarla; oppure addirittura che non sia né lecito né giovevole farlo; e conseguentemente si potrebbe arrivare alla insana determinazione di dover "fissarla" nella sua perfezione, dunque di arrestarne il necessario sviluppo fino alla immobilizzazione. Ebbene - dice Leopardi - questa convinzione e questa determinazione significherebbero l'innesco di un inevitabile processo di estinzione. È pericoloso arrestare la vita di una lingua.
La lingua greca - si ricordi - non smise mai di arricchirsi, e così riuscì ad affermarsi come lingua universale anche nei territori in cui la presenza dei Romani comportava la presenza della lingua latina. E attualmente «quella medesima superiorità di circostanza, ch'ebbe la lingua greca sulla latina» - quella superiorità che non è stata mai e in alcun modo scalfita - , ebbene, «l'abbiamo noi pure sopra tutte le altre lingue viventi, e colte». Un vantaggio che nessuno potrà sottrarci se non saremo noi stessi a consentirlo con la nostra incuria. Un vantaggio che sarebbe delittuoso perdere, e che perderemo di certo se decidessimo di fermare lo sviluppo della nostra lingua, mentre altri, come i Francesi, continueranno a "rinnovellare" la loro [776-777].
Leopardi non dissimula la sua bruciante preoccupazione di fronte alla perdita di terreno che colpisce la lingua italiana a confronto con le altre maggiori europee. La lingua francese cresce «infaticabilmente». E progredisce anche quella tedesca: «come un torrente». Noi invece ci siamo fermati: «la lingua nostra non fa più progressi». «Neghittosi, ed immobili» purtroppo «manchiamo del bisognevole per esprimere e per trattare la massima parte delle cognizioni e delle discipline e dottrine moderne, ed usi e opinioni». La realtà corre, anzi è in accelerazione, e la lingua affanna, non riesce a tener dietro. E noi stessi, divenuti infingardi e indolenti, non riusciamo a dominare linguisticamente il «crescere e propagarsi e variare» delle cose [777]. Sicché la lingua italiana perde quel vantaggio che le aveva assicurato il suo glorioso passato, e le altre lingue - «fra tanto che la nostra siede e dorme» - corrono più velocemente che mai, non solo riguadagnando «tutto lo spazio perduto per la inerzia de' loro antichi», ma compiendo un trionfale sorpasso [777, 779]. Di più: la ligua italiana, «divenuta impotente, e buona solo a parlare o scrivere ai bisavoli», incapace di «parlare e scrivere» agli uomini del nostro tempo, sarà costretta ad invocare il soccorso altrui, a servirsi di «istrumenti e mezzi altrui», a prendere a prestito termini e modi, e «quasi trasformandosi in un'altra» [778-779, 788].

7. Necessità di un nuovo lessico

Bisogna recuperare lentezze e ritardi. Occorre anzitutto costruire un lessico adatto alla contemporaneità. Un nuovo lessico: «Quante voci e modi e frasi che una volta erano e usitatissime, e naturalissime, e chiarissime, e comunissime, ed utilissime efficacissime espressivissime frequentissime nel discorso, ora, per essere antiquate, o non son chiare, o, anche potendosi intendere, anche essendo chiarissime, non si debbono nè possono usare perchè non riescono e non cadono naturalmente, e manifestano e sentono quello che sopra ogni cosa si deve occultare, lo studio e la fatica dello scrittore». Questo accade in ogni lingua. Però tutte si vanno rinnovando; tutte vanno dismettendo le vecchie forme, e «adottando delle nuove voci e locuzioni» [780]. E questa è l'imprescindibile condizione per mantenere la dignità e la primazia della nostra lingua. Se invece si coltiverà acriticamente «la intolleranza della giudiziosa novità» allora l'esito è fin da ora facilmente prevedibile: la caduta in una nuova barbarie linguistica [781, 788]. Del resto, a veder bene le cose, chiudersi alla novità non giova. Si apra un vocabolario - dice Leopardi quasi in tono di sfida -. Non ci vuol molto a capire «che nessuna lingua viva ha, nè può avere, un vocabolario che la contenga tutta» [2398]. Lo si apra ad una qualsiasi pagina. Delle molte parole e frasi, alcune non si usano più, alcune altre non si possono usare perché al presente ormai manca il contenuto corrispondente, altre potrebbero ancora essere usate ma sarebbero inadeguate. E tuttavia, tutte - le parole perdute, le altre dimenticate, e quelle fuor d'uso - costituiscono tuttora «ricchezza viva e realissima», risultano «chiare a chiunque» perché «ricevute facilmente e naturalmente». D'altra parte però in quella stessa pagina non si troveranno quelle «voci nuove adatte e necessarie alla novità delle cose», ragion per la quale gli scrittori d'oggi, «trovando la lingua loro del tutto insufficiente ai loro concetti», sono costretti ad imbarbarirsi.
Di qui la necessità, appunto, di una «giudiziosa novità». Quando non si può attingere alle fonti della nostra stessa lingua, occorre «arruolare al nostro esercito nuove truppe», «accrescere la nostra città di nuove cittadinanze»: con azione controllata, con giudizio e cautela. In tal modo non si arrecherà pregiudizio all'identità e alla purezza della lingua, e si adotterà l'unico vero «mezzo sufficiente di difesa», quello che consente di «resistere alla irruzione della barbarie». Alla quale non si fa fronte semplicemente arroccandosi. Il mondo, le cose, gli uomini, si trasformano; nel movimento è la vita; il loro progredire è sempre un rompere la provvisoria stabilità acquisita. E sarebbe ben strano che per esprimere questo mondo in trasformazione si adottasse uno strumento linguistico rigido nella sua fissità. «Impedire alle lingue la giudiziosa e conveniente novità» - sostiene Leopardi - «non è preservarle», ma «condannarle, e strascinarle forzatamente alla barbarie» [781-783, 789-790]. Lo spirito non può stabilire la sua signoria su un mondo che cambia, quindi non può esso stesso "progredire" - se non attraverso l'arricchimento lessicale e stilistico della lingua [1237-38].
D'altra parte, checché ne pensino i pedanti, «tutte le lingue crescono in questo modo», cioè «coll'accogliere, e porre nel loro tesoro le nuove voci create dall'uso della nazione». E «quest'uso è sempre fecondo», anche in letteratura. «Cogl'incrementi delle cognizioni, e col successivo variar degli usi, opinioni, idee, circostanze intrinseche o estrinseche ec. ec. crescono le parole e il tesoro della lingua nell'uso quotidiano», e da quest'uso poi «debbono passare nella scrittura, se questa ha da parlare ai contemporanei, e da contemporanea, e delle cose del tempo» [787-788]. «C'è forse lingua che nei suoi principii e di mano in mano non sia stata composta di voci straniere e d'altre lingue? Quante ne ha la lingua nostra prese dal francese, dallo spagnuolo, dalle lingue settentrionali, e tuttavia riconosciute, e necessariamente, e legittimamente divenute da gran tempo italiane? Come in fatti si formerebbe una lingua senza ciò? colla sola invenzione a capriccio, o mediante un trattato, un accordo fatto espressamente, e, individuo per individuo, da tutta la nazione? Perchè dunque quello ch'era lecito anzi necessario ne' principii e dopo, non sarà lecito ora nel caso della stessa necessità relativamente a questa o quella parola?» [792].
Non disdegnando l'efficacia retorica della ripetizione e dell'enfasi, Leopardi, lasciando libero il proprio pathos insiste: «Ripeto»! «Con ogni cura bisogna arricchir la lingua del bisognevole», e occorre «farlo con buon giudizio», dopo che si siano «esplorate le circostanze e la necessità»: sarebbe un errore che lo si facesse «senza previo esame, ma alla ventura e illegittimamente». Si deve farlo: perché «quella lingua che non si accresce - mentre i soggetti della lingua moltiplicano - cade inevitabilmente», è destinata a sfigurare se stessa, a tradire la sua natura e il suo carattere [794].
Solo circostanze straordinarie consentirebbero ad una lingua di rinunciare al giudizioso apporto di altre lingue. Occorrerebbe cioè che una nazione, non solo avesse in sé «coltivatori di ogni sorta di cognizioni», ma che fosse anche «l'inventrice o di tutte o di quasi tutte le cognizioni, e di tutti gli oggetti della vita che cadono nella lingua»; anzi, «non solo pura inventrice, ma anche perfezionatrice», perchè solo «dove le discipline, e le cose s'inventano, si formano, si perfezionano, quivi se ne creano i vocaboli». Ma condizioni del genere si sono verificate solo nella Grecia antica e nell'Italia delle origini nazionali. Impossibile trovare oggi una nazione che sia «inventrice di tutte quasi le discipline», e che abbia, oltre che «gran numero di cultori», anche molti «diligenti, studiosi e padroni della lingua». In ogni caso, tale non è la situazione dell'Italia contemporanea: «non essendo - essa - intervenuta per nessuna parte ai travagli immensi di questi ultimi secoli», limitandosi, invece, ad adottare passivamente, da altre culture, «nomenclature o linguaggi».
Dunque, per non franare sulla china dell'imbarbarimento, si affretti a sceverare e ad accogliere oculatamente le necessarie «voci straniere»: «l'unica via di arrestare i progressi della corruttela è questa». Si dedichi alla cura della propria lingua, e allo stesso tempo assicuri agli scrittori la libertà di «introdurre, e impiegare e spendere la novità necessaria, anche straniera». È vero - dice con acume Leopardi -, per «rimetter davvero in piedi la lingua italiana» bisognerebbe prima «rimettere in piedi l'Italia, e gl'italiani»; occorrerebbe «rifare le teste e gl'ingegni loro», e - per i vincoli che legano la lingua e la letteratura - sarebbe necessario sottoporre al pungolo i letterati.
Leopardi - come s'è già visto - non è tenero con la cultura del suo tempo. Anzi la giudica con inflessibile rigore. Bisogna rimuovere - dice - il clima d'inerzia in cui si crogiolano i letterati. Da troppo tempo - tuona sdegnato - «gli scrittori italiani puri ed impuri si sono egualmente dispensati dal pensare, e anche dal dire». La cosa ormai non è più tollerabile. Purtroppo siamo giunti al punto che «se alcuno de' nostri scritti ci fosse pericolo che potesse passare di là da' monti o dal mare», i lettori stranieri «si maraviglierebbero sodamente come, in questo secolo, in una nazione posta nel mezzo d'Europa, si possa scrivere in modo, che l'aver letto, si può dire, qualunque de' libri italiani che ora vengono in luce, sia lo stesso, nè più nè meno, che non aver letto nulla». [795-800]